Il 16 maggio 2023 l’Emilia-Romagna venne travolta da una delle peggiori catastrofi naturali della sua storia recente. Una nuova violenta ondata di maltempo colpì una regione già messa in ginocchio dalle piogge del 2 e 3 maggio. In appena 36 ore caddero in alcune zone oltre 350 millimetri di pioggia, più di quattro volte la media mensile. Il risultato fu devastante: 23 fiumi esondarono, migliaia di persone furono evacuate, interi paesi finirono sott’acqua e decine di vittime persero la vita.
Secondo i meteorologi, la tragedia fu aggravata da una combinazione estrema di fattori: mesi di siccità avevano reso il terreno incapace di assorbire l’acqua, mentre l’aumento delle temperature aveva intensificato le precipitazioni. “Piove meno, ma molto più violentemente”, ha spiegato il meteorologo Pierluigi Randi, sottolineando come il riscaldamento globale acceleri il ciclo dell’acqua e renda più frequenti eventi estremi.
Le conseguenze furono enormi soprattutto in Romagna e nell’Appennino. Si contarono circa 80mila frane, con strade interrotte, vallate isolate e infrastrutture distrutte. I Vigili del fuoco completarono oltre 16mila interventi nelle settimane successive, mentre più di 7mila operatori, arrivati anche dall’estero, furono impegnati nei soccorsi.
Durissimo anche l’impatto economico. Secondo Confindustria Romagna, oltre 130 aziende industriali subirono danni per più di 200 milioni di euro, tra fermo produttivo, perdita di ordini e interruzione delle catene di fornitura.
Ma l’alluvione del 2023 ha lasciato anche interrogativi profondi sul rapporto tra uomo e territorio. “Quando abbiamo bisogno di spazio, lo prendiamo dal fiume”, aveva osservato il geologo Paride Antolini, ricordando come urbanizzazione, riduzione dei fossi agricoli e abbandono della montagna abbiano aumentato la fragilità del territorio. Da allora, parole come resilienza, adattamento e prevenzione sono entrate stabilmente nel dibattito pubblico regionale.