“Risedetevi a un tavolo e cercate una mediazione”. È l’appello dell’avvocata Elena Fabbri, legale della famiglia di Riccardo Branchini, il 19enne di Acqualagna scomparso nella notte tra il 12 e il 13 ottobre 2024 nei pressi della diga del Furlo. Al centro resta lo svuotamento dell’invaso sul fiume Candigliano, autorizzato dalla Regione Marche per consentire nuove ricerche, ma oggi bloccato da un confronto tecnico e istituzionale ancora irrisolto.
La Provincia di Pesaro e Urbino ha dato il nulla osta allo svaso, ma con prescrizioni precise, tra cui l’abbassamento del livello dell’acqua al ritmo massimo di un metro al giorno. Enel Green Power ha però evidenziato che, con questi tempi, l’operazione non potrebbe concludersi entro il 31 maggio, come indicato dal decreto regionale. Da qui, ricostruisce Il Resto del Carlino, lo stallo.
Fabbri chiede di non trasformare la vicenda nell’ennesimo rimpallo di responsabilità. “Non voglio dire ai tecnici cosa devono fare. Però penso che si possa cercare di rimodulare. Se invece del 31 maggio si arriva al 5 o al 6 giugno, non credo che cambi qualcosa. L’invito è all’equilibrio”, afferma.
La questione ha anche riacceso lo scontro politico. Il Pd di Acqualagna accusa la Regione di non aver vigilato nei mesi successivi al decreto e di non aver mediato con il gestore. Di segno opposto l’intervento del consigliere regionale leghista Nicolò Pierini, che critica la Provincia e parla di un atteggiamento dettato da “ambientalismo estremo”.
La famiglia Branchini attende da oltre un anno e mezzo una risposta. L’auto di Riccardo fu ritrovata vicino alla diga con all’interno documenti, denaro, cellulare e altri effetti personali. Le ricerche con sommozzatori, droni, sonar e unità cinofile non hanno mai chiarito cosa sia accaduto. Il fango accumulato nell’invaso resta, per la madre Federica Pambianchi, l’ostacolo principale all’ultima verifica possibile.