Ad avviso del capo della polizia della Repubblica Islamica, l'ordine sarebbe stato ripristinato, dopo le manifestazioni antigovernative di massa di queste settimane. Annuncio caratterizzato dall'ormai consueta veemenza verbale: “l'ultimo chiodo – ha detto - è stato piantato nella bara del terrorismo”. A corredo di ciò le immagini dei funerali di membri delle forze di sicurezza che avrebbero perso la vita nel corso della rivolta. Senonché il protrarsi del blackout internet lascerebbe campo ad ogni speculazione riguardo l'attuale situazione in Iran. Se le proteste siano ancora in corso, nonostante la durezza della repressione. A quanto ammonti il bilancio delle vittime, degli arresti.
A giudicare dalle ultime dichiarazioni di Trump parrebbe invece perdere di consistenza l'ipotesi di un intervento statunitense; seppure il gruppo d'attacco della portaerei Lincoln si stia spostando a quanto pare dal mar cinese all'area mediorientale. Come se la Casa Bianca volesse mantenere intatto un margine di discrezionalità. Stesso copione, mutatis mutandis, sul dossier groenlandese; con l'opzione militare mai esplicitamente esclusa. In queste ore Washington pare puntare però sulla leva economica; paventando la possibilità di imporre dazi ai Paesi contrari alle mire dell'Egemone sull'isola artica.
Quanto ai Paesi europei l'unica forma di dissuasione fino ad ora partorita è quella di un'esercitazione militare che impegni uno sparuto contingente multinazionale, con i soldati francesi a fare da apripista. Secondo Parigi un segnale della determinazione dei Paesi UE a “difendere la propria sovranità”. Ma tutto ciò – ha tagliato corto la portavoce della Casa Bianca – non avrà effetti sulle decisioni di Trump.
Paradossale come a sostegno delle istanze dell'Unione si sia schierato – quantomeno sul piano propagandistico – il Cremlino. “La Russia parte dal presupposto che la Groenlandia sia territorio danese”, ha dichiarato Peskov. L'impressione è che in una simile fase - nella quale la sopravvivenza stessa della NATO pare in discussione -, Mosca veda possibili margini di manovra sul piano geopolitico. Da Roma, Parigi e Berlino – è stato detto – segnali sulla necessità di un dialogo, riguardo il dossier ucraino. Da qui un rilancio delle proprie richieste; anche alla luce dell'ennesimo cambio di postura di Trump, tornato ieri a biasimare la leadership del Paese aggredito, per lo stallo del negoziato. Quanto a Zelensky ha auspicato la firma di un accordo sulle garanzie di sicurezza USA in occasione dell'ormai imminente Forum di Davos. Improbabile vi siano le condizioni, visto il quadro.