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Proteste in Iran, centinaia di vittime, oltre 10mila arresti. Internet bloccato da più di 60 ore

11 gen 2026
Proteste in Iran
Proteste in Iran

Le proteste in Iran continuano senza sosta e il bilancio delle vittime si fa sempre più drammatico. Secondo la Human Rights Activists News Agency (Hrana), i morti sono saliti a 466, tra cui almeno 48 membri delle forze di sicurezza, mentre il numero degli arresti ha superato quota 10.600 (e non 2.600, come indicato inizialmente).

Da oltre 15 giorni, ogni sera migliaia di persone tornano in strada a Teheran, nonostante una repressione sempre più violenta e un blackout quasi totale di Internet che dura ormai da più di 60 ore, come confermato da NetBlocks. Nella notte, slogan antigovernativi hanno riempito diversi quartieri della capitale, tra cui Punak, dove si sono uditi cori come “Lunga vita allo Scià”, simbolo di una protesta che va ben oltre le rivendicazioni economiche iniziali.

L’ONG Hrana riferisce che molte delle vittime sono state colpite a distanza ravvicinata. Testimonianze raccolte da media internazionali parlano di uso di armi militari, gas lacrimogeni, proiettili a pallini e dispositivi elettrici contro manifestanti di tutte le età. Alcuni raccontano di ospedali nel caos e di corpi ammucchiati, mentre altri riferiscono di feriti gravi abbandonati senza cure adeguate.

La repressione non risparmia nemmeno i momenti di lutto. Secondo Iran International, le forze di sicurezza hanno attaccato con gas lacrimogeni e armi ad aria compressa le famiglie riunite per i funerali nel cimitero di Behesht-e Zahra, a Teheran. Inoltre, per scoraggiare nuove proteste, le autorità chiederebbero circa 6mila dollari ai familiari per la restituzione delle salme.

Il regime mantiene una linea durissima. Il capo della polizia nazionale, Sardar Radan, ha dichiarato che “il livello di scontro con i rivoltosi è aumentato”, annunciando “arresti importanti”. La magistratura, attraverso il procuratore generale, ha minacciato pene severissime fino alla pena di morte per chi viene accusato di causare “insicurezza”. Anche Ali Larijani, segretario del Consiglio per la sicurezza nazionale, ha distinto tra proteste inizialmente “comprensibili” e quelle che definisce “rivolte organizzate e distruttive”.

Sul piano internazionale, Teheran accusa gli Stati Uniti di fomentare le manifestazioni. Il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che Washington è “pronta ad aiutare” il movimento di protesta e ha programmato un briefing sulle possibili risposte alla repressione, che includerebbero nuove sanzioni, cyberattacchi e altre opzioni. Le autorità iraniane hanno però avvertito che qualsiasi intervento statunitense provocherebbe una reazione contro Israele e le basi militari Usa nella regione, definite “obiettivi legittimi”.

La rivolta iraniana trova eco anche all’estero. Manifestazioni di solidarietà si sono svolte in numerosi Paesi. A Londra, un manifestante ha rimosso la bandiera dell’ambasciata iraniana per sostituirla con quella precedente alla Repubblica islamica, gesto simbolico dell’opposizione in esilio. Proprio dall’estero, Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià, ha ribadito la propria disponibilità a tornare in Iran per guidare una fase di transizione democratica.





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