Dall'intervento in Venezuela letto come mossa per ridimensionare l’influenza cinese nelle Americhe, fino all’interesse per la Groenlandia, emerge una strategia Usa fondata, secondo il comunicatore e saggista Fabrizio Amadori, sulla prepotenza e sul ricatto energetico e militare.
"Effettivamente questa operazione nel Paese caraibico è nata con lo scopo primario, secondo me e secondo molti analisti, - sottolinea Fabrizio Amadori, comunicatore e saggista - di dare un segnale alla Cina che proprio a dicembre dell'anno scorso aveva indicato tra le sue politiche quella di allargarsi nell'America, in particolare nell'America latinoamericana. Questo evidentemente non giustifica questo tipo di aggressione che è stata condannata a livello di diritto internazionale, si è puntato a dire da parte dell'attuale amministrazione americana che Maduro è un presidente illegittimo, il che è vero, però è anche vero che questa amministrazione si è ben guardata da provare un'aggressione militare e ha voluto vendere questa operazione, come ormai è noto, come un'operazione di polizia, perché era l'unica che avrebbe permesso a questa amministrazione di non mandare notifiche anche un po' compromettenti preliminari al Congresso. Però ripeto, - aggiunge - rimane un diritto internazionale violato, ma anche un segno, un segnale che l'America di Trump è diversa da quelle precedenti, che lui è il più 'grosso' di tutti, ha voluto dare un colpo anche in questo senso, e che colpo, e attenzione, non l'ha voluto dare soltanto alla Cina ma evidentemente anche alla Russia".
Dalla pressione sul Venezuela, dunque, fino all’interesse per la Groenlandia, ma i limiti imposti dal sistema democratico statunitense, dal Congresso e dalle elezioni di midterm, per Amadori, potrebbero arginare le sue spinte più estreme.
"Ci sono tutta una serie di variabili che non c'entrano niente con il fattaccio venezuelano. Lui, Trump, - continua Amadori - ha evidentemente sposato un altro tipo di linguaggio, un altro tipo di politica, probabilmente lui vuole tirare molto la corda per vedere cosa può arrivare. Sono abbastanza sicuro - dice - che Trump non attaccherà mai militarmente la Groenlandia, anche perché questo significherebbe il crollo della Nato, è anche vero che si sta creando un profondo divario, un 'burrone' tra le due sponde dell'Atlantico a livello proprio di fiducia, che difficilmente potrà essere recuperato nei prossimi decenni".
Nel video l'analisi di Fabrizio Amadori, comunicatore e saggista.