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Dai migranti di Lesbo alle repressioni in Ungheria. Lo stato dei diritti civili in Europa secondo Amnesty International Italia

Violazione dei diritti umani, scarsa attenzione per i diritti delle minoranze, comunità Lgbt sotto attacco, violenza contro le donne sempre diffusa e scarsamente affrontata. Ne abbiamo parlato con Riccardo Noury, portavoce Amnesty International Italia

di Alice Possidente
25 set 2020
Riccardo Noury, portavoce Amnesty International Italia
Riccardo Noury, portavoce Amnesty International Italia

Scarsa attenzione per i diritti delle minoranze e dei migranti; comunità Lgbt sono sotto attacco; violenza contro le donne ancora largamente diffusa e scarsamente affrontata. Attraverso uno sguardo generale, il quadro dei diritti civili in Europa non appare del tutto tranquillo. Riccardo Noury, portavoce Amnesty International Italia, ha le idee chiare: "Ci sono degli elementi di preoccupazione trasversali a buona parte dei paesi membri". 

Nelle ultime settimane la situazione più preoccupante sembra essere quella ungherese: "Viktor Orbán ha portato a compimento all’inizio quest’anno - anche con la scusa della pandemia - un disegno fortemente autoritario" afferma Noury. "Ha iniziato colpendo singoli bersagli come la stampa indipendente e poi le organizzazioni che si occupano di diritti dei migranti, la stessa Amnesty international, e via via ha portato a termine un progetto di controllo totale dell’esecutivo su ogni aspetto della vita del paese". 

Anche la situazione della Bielorussia, nelle ultime settimane, ha provocato non poche reazioni in tutto il mondo. L'Unione Europea ha detto di non riconoscere Lukashenko come presidente: "Quello che sta accendendo non ha precedenti. Sono stati 26 anni, con Lukashenko, di repressione costante, ma mai a questi livelli. Nel cuore dell’Europa abbiamo visto situazioni che era strano immaginare in Europa. Con 8mila arresti, con torture di massa e imprigionamenti di leader del dissenso, con una caccia all’uomo degli oppositori e delle oppositrici".

Ma non serve andare molto lontano da casa. "In Francia abbiamo ripetutamente segnalato un uso eccessivo della forza da parte della polizia nei confronti dei manifestanti".

Sulla questione dei migranti e dei rifugiati l’Unione Europea "ha confermato una politica di progressiva chiusura" afferma Noury. "L’accordo con la Turchia del 16 settembre, così come il memorandum d’intesa tra Italia e Libia - un progetto politico che vuole spostare progressivamente la frontiera, soprattutto quella marittima, centrale e orientale, sulle coste di paesi che non fanno parte dell’Unione Europea - rendono l’Unione Europea complice di crimini di diritto internazionale. La Libia o l'isola di Lesbo sono simboli di questa politica vergognosa che delega ad altri Stati il contenimento e realizza dei veri parcheggi di esseri umani, in condizioni del tutto disumane". 

Qual è, invece, lo stato dei diritti degli omosessuali e delle comunità LGBT in Europa? "È una situazione negativa dal punto di vista della vita quotidiana. Sono oggetto di attacchi, di stigmatizzazione, che a volte diventano politica statale. Quando ci sono proposte di legge che equiparano la rivendicazione dei diritti degli omosessuali a propaganda o ancora peggio a pedofilia, è evidente che ne fanno un problema di discriminazione di Stato e a questo si aggiunge il tema dell’odio, che sia misogino o transfobico. Discorso che chiama in causa anche l’Italia, perché abbiamo leggi inadeguate". 

Anche il tema dei diritti delle donne continua a destare preoccupazione. "Ci sono Paesi all’interno dell’Unione Europea – penso a Malta, in particolare – in cui proprio siamo indietro, ma molto indietro, rispetto agli standard del diritto internazionale. Alla violenza contro le donne  -che è molto diffusa - si reagisce male con leggi inadeguate. In Europa, considerandola nel suo complesso, quindi anche uscendo dal Consiglio d’Europa, sono soltanto 10 i Paesi che hanno una legislazione sullo stupro che introduce il tema dell’assenza del consenso. Anche l’Italia non ce l’ha. Le leggi in vigore in quattro quinti dell’Europa stabiliscono che è stupro solo quando c’è violenza fisica. Ed è un concetto molto, molto antiquato".

Infine la libertà di informazione. "Se l’Europa è mai stata un luogo sicuro per il giornalismo, oggi sicuramente non lo è più: a partire da Daphne Caruana Galizia, passando per Ján Kuciak, e gli altri due giornalisti uccisi in Bulgaria e in Irlanda. Stiamo parlando di un periodo di tempo di poco più di tre anni. Se all'interno dell’Unione Europea quattro operatori dell’informazione vengono assassinati durante lo svolgimento del loro lavoro, allora abbiamo un problema. L’Italia è il paese con il maggior numero di giornalisti sotto scorta, si scopre che è un mestiere pericoloso anche in Europa" conclude Nuory.