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Addio Kobe, l'erede di MJ che ambiva alla perfezione

Il 41enne fuoriclasse - formatosi in Italia - era famoso per la sua professionalità quasi maniacale, fondamentale per renderlo il campione che è stato.

di Riccardo Marchetti
27 gen 2020
Addio Kobe, l'erede di MJ che ambiva alla perfezione
Addio Kobe, l'erede di MJ che ambiva alla perfezione

La sintesi ultima di Kobe Bryant si può trovare in una vignetta dedicatagli nell'immediato post tragedia: un angelo in divisa Lakers che vola a schiacciare nell'aureola di Dio. Il più classico dei poster rifilati a un quasi collega, quasi perché nel profano mondo dello sport il Mamba è asceso da un pezzo al rango di divinità, per gli amanti della palla a spicchi. Che ora si disperano per lui e per le altre 8 vittime di un incidente ancor più tragico perché evitabile, visto che la fitta nebbia su LA sconsigliava la partenza in elicottero. Con lui c'era anche la seconda delle quattro figlie, la 13enne Gianna, che ne stava seguendo le orme sul parquet. “Mi chiedevano se desiderassi un figlio maschio per portare avanti la mia eredità – diceva - ma io ho la mia Gigi che lo farà”. Dolci parole che ora sono macigni per chiunque le senta o legga.

Con lui muore anche un po' d'Italia, dove visse dai 6 ai 13 anni seguendo la carriera di papà Joe. Nello Stivale è nato il Kobe giocatore, che ha sempre lodato una scuola cestistica fatta di pochi fronzoli e tanti fondamentali. Parlava un italiano fluente ed era tifosissimo del Milan, tanto da dire che dal suo braccio sinistro sgorgherebbe sangue rossonero. Dal destro invece solo sangue gialloviola Los Angeles Lakers, con la cui canotta ha speso il ventennio 1996-2016. Riassumibile così: dal '98 presenza fissa all'All Star Game, 12 volte nei team dei migliori difensori, 25 punti di media in carriera, quarto marcatore di sempre dell'NBA, con Lebron James che, ironia della sorte, l'ha scalzato dal podio proprio ieri. E soprattutto due ori olimpici e 5 titoli NBA: dal 2000 al 2002 in coppia con Shaquille O'Neal, altro mostro con una filosofia di vita diametralmente opposta alla sua, e poi, senza Shaq ma con Gasol, nel 2009 e nel 2010. Tutti con in panchina mister 11 anelli, Phil Jackson, già guida dei Bulls di Jordan e mentore perfetto per trasformare un solista arrogante in un leader, nell'unico vero erede di MJ. Col quale condivideva l'ossessione per il continuo bisogno di crescere e primeggiare, la ricerca ferrea e maniacale della perfezione che spesso l'ha spinto ai limiti del folle. Come iniziare ad allenarsi alle 4 del mattino, una routine nata da ragazzo, proseguita da campione affermato e confermata anche dopo il ritiro. O le ore spese senza sosta a tirare dalla stessa posizione, a provare e riprovare i movimenti senza palla o a lavorare sul parquet dalle 4:45 alle 11 in attesa del resto del Team Olimpico USA, per iniziare l'allenamento di squadra. Vista la sua forma mentis c'è da chiedersi se si sia mai davvero goduto vita e milioni: probabilmente a modo suo l'ha fatto e ha pure provato un po' di compassione per noialtri banali, che non diamo il 200% in tutto ciò che amiamo e facciamo.