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Le pandemie del nostro secolo: gli elementi che le hanno favorite e i consigli dell'esperto per prevenirle

Nell’ultimo secolo si sono manifestate costantemente nuove epidemie e pandemie che hanno dimostrato quale rischio rappresentino le malattie infettive per la salute della popolazione.

11 apr 2020
Il professor Roberto Cauda
Il professor Roberto Cauda

Benedetta de Mattei ha intervistato Roberto Cauda – Direttore UOC Malattie Infettive Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e Professore Ordinario di Malattie Infettive Università Cattolica di Roma – per capire le cause di queste epidemie ricorrenti, come prevenirle e affrontarle.

A cosa sono dovute queste epidemie che periodicamente si ripresentano?
La maggior parte delle epidemie passate, attuali e future sono tutte causate da antropozoonosi, cioè da un salto di specie dall’animale selvatico all’uomo. Un altro elemento importante che favorisce lo sviluppo delle epidemie è rappresentato dalla globalizzazione e dalla mobilità delle persone: basti pensare ad esempio all’asiatica che negli anni ‘50 ci mise un anno e mezzo per arrivare dalla Cina all’Europa mentre oggi basta prendere un aereo per diffondere un virus rapidamente. Purtroppo le pandemie non si annunciano e quindi ci trovano spesso impreparati anche se oggi probabilmente abbiamo molti più strumenti rispetto al passato per fronteggiarle. Possono essere legate a virus influenzali, o di altro genere come nel caso dell’HIV.


Quali sono le grandi pandemie influenzali del 900?
L’influenza spagnola, che comincia nel 1917 e finisce nel 1919, ha colpito tutto il mondo, trovando una popolazione, soprattutto in Europa, stremata dalla guerra. E’ una malattia che in Italia ha causato 600.000 morti e si diceva non ci fosse famiglia che non avesse avuto una persona morta per polmonite da spagnola. La seconda ondata, nel 1919, ha avuto una letalità più elevata della prima e quando la popolazione si è immunizzata questo virus ha continuato a circolare fino agli anni ’50. C’è poi stata “l’asiatica” che ha portato ad una variazione importante del virus con una rilevanza e diffusione pandemica ma con una letalità nettamente inferiore, anche perché la popolazione era meno provata e per le complicanze c’era l’utilizzo degli antibiotici. Ma fu comunque una pandemia piuttosto importante. L’ultima pandemia influenzale, meno rilevante come numeri e come decessi, fu infine quella del 1968: la cosiddetta influenza di Hong Kong.

Anche l’Hiv rappresenta una vera e propria pandemia.
Secondo le stime più recenti dell’Oms, nel mondo ci sono circa 40 milioni di persone sieropositive, due terzi delle quali in Africa. L’Hiv è un “retrovirus”, e appartiene dunque ad una famiglia virale abbastanza complessa, che colpisce la cellula infettata in un modo diverso da quello dei virus tradizionali e questo lo rende molto difficile da eradicare con i farmaci. Si cura ma non si guarisce perché le terapie vanno assunte in maniera cronica. Esiste il problema del vaccino perchè è un virus che ha delle mutazioni spontanee e per il quale è difficile identificare degli anticorpi protettivi. La presenza di anticorpi nell’HIV non è protettiva e non permette di superare, come avviene per esempio nel morbillo, la malattia.

Malgrado il vaccino il morbillo rappresenta tutt’oggi un’allarme mondiale, e nel 2018 ha ucciso nel mondo circa 140mila persone.
Il morbillo è un virus altamente contagioso, per cui ogni infetto può contagiare tra le 16 e le 18 persone, molto più ad esempio dell’attuale coronavirus, che ha un indice di contagiosità tra i 2 e i 3. Avendo dunque un’ampia capacità di diffusione è più alto il rischio che ci possano essere delle forme più gravi di malattia. Nonostante la vaccinazione sia disponibile da oltre 50 anni, il morbillo rimane una delle principali cause di morte dei bambini piccoli, soprattutto nelle zone del Terzo Mondo.

Un’altra emergenza è il virus Ebola.
Noi sentiamo quest’emergenza in maniera certamente meno pressante rispetto ad altre epidemie, come quelle influenzali, il morbillo, l’HIV, e ovviamente quella che stiamo vivendo del Covid-19. L’Ebola è in Africa una malattia endemica, altamente trasmissibile e letale, che può veramente rappresentare una bomba biologica. Io ho esperienza di Africa perché ho partecipato a diverse missioni e ho quindi una conoscenza diretta del fenomeno. L’Ebola per la sua enorme gravità ha delle periodiche riaccensioni, l’ultima nel 2014-16 ha causato circa 28.000 casi e 11.000 decessi. Questo virus causa una febbre emorragica e come nel caso dell’attuale coronavirus, l’origine è stata attribuita ad un passaggio del virus dalla fauna selvatica all’uomo. La diffusione probabilmente è stata contenuta perché il virus ha un’azione talmente veloce da uccidere la gran parte degli ospiti prima di poterne contagiare altri. La debolezza ai fini della diffusione su larga scala di questo virus è proprio la sua elevata letalità mentre, se vogliamo fare un parallelismo, la forza del Coronavirus di adesso, è dovuta al fatto che la maggior parte delle forme sono asintomatiche, e a fronte di un soggetto che ha la malattia evidente c’è un 90% di forme invisibili che continuano a sostenere il contagio. Nella Sars (2002-2003), che è un virus simile ma meno letale dell’Ebola, il concetto è sempre lo stesso perché la Sars dando forme gravi permetteva facilmente di identificare i soggetti, quarantenare i contatti e di fatto, nonostante la malattia sia poi durata 9 mesi, è stato più facile venirne a capo di quanto potrebbe non essere con il nuovo Coronavirus.

Queste epidemie a cosa ci devono far riflettere?
Innanzitutto ci devono far riflettere sul ruolo degli animali selvatici, che oggi hanno più occasione di venire a contatto con l’uomo perché egli stesso si avvicina, riducendogli l’habitat e facendo si che l’animale selvatico standogli più vicino possa in tal modo trasmettergli virus magari presenti da chissà quando. L’altro aspetto importante, che secondo me va tenuto presente, è che ci possono essere delle situazioni artificiali in cui l’animale selvatico viene a contatto con l’uomo. Pensiamo ad esempio ai mercati che vendono questi animali vivi, dove la possibilità del salto di specie è particolarmente elevata. Un altro elemento fondamentale è sicuramente quello di tenere alta la guardia, per non arrivare impreparati a degli eventi ineluttabili, perché le epidemie prima o poi avvengono. Guardando a quelle passate è importante un’attenta sorveglianza epidemiologica per costruire piani pandemici ed essere pronti a prevenire il virus e non a rincorrerlo. Un’altra lezione che quest’ultima pandemia ci ha insegnato è che gli ospedali non possono, in determinate situazioni di malattia, rappresentare da soli l’unica risposta ma ci deve assolutamente essere un network extra ospedaliero, una “medicina di comunità”, che assicuri ad esempio ai medici a domicilio la disponibilità di dispositivi di protezione individuale, la possibilità di fare esami di laboratorio e di avere una tele medicina che permetta un confronto semplice e rapido con l’ospedale. Quindi è bene in futuro ripensare l’attività consci che purtroppo nella storia dell’umanità le epidemie, piccole o grandi, prima o poi avvengono.

Benedetta de Mattei